RELAZIONE SULL’EVOLUZIONE DEGLI STUDI COMMERCIALISTI DEL NOVARESE
Intervista al Dott. Mauro Nicola, Presidente dell'Ordine dei Commercialisti di Novara
Introduzione: Una Guida per il Futuro della Professione
Benvenuti in questo approfondimento dedicato all'evoluzione dello studio professionale nel territorio novarese. Questa guida nasce dalle riflessioni e dall'esperienza del Dott. Mauro Nicola, figura di riferimento nel panorama locale e nazionale.
Il Dott. Mauro Nicola, stimato Dottore Commercialista e Revisore Legale in Novara, ricopre attualmente la carica di Presidente dell'Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Novara. Con una visione marcatamente "avanguardista", il Dott. Nicola ha trasformato la propria struttura dimostrando come sia possibile conciliare una crescita significativa del fatturato con un
distacco netto dalla routine degli adempimenti fiscali.
In un momento storico segnato da un calo generazionale di categoria senza precedenti, che ha visto nel novarese un saldo negativo tra nuove iscrizioni e cancellazioni nell'ultimo anno, il Dott.Nicola ci offre una chiave di lettura fondamentale per comprendere come il professionista debba recuperare la propria funzione originaria di esperto d'azienda.
Attraverso queste pagine, esploreremo le sfide dell'Intelligenza Artificiale, l'impatto dei criteri ESG sulla meritocrazia creditizia e le nuove strategie per attrarre talenti in un mercato sempre più competitivo.
Intervista
Domanda: Dott. Nicola, lei ha parzialmente trasformato definisce il suo studio una "boutique". Come è riuscito concretamente a organizzarsi per distaccarsi dalla routine degli adempimenti fiscali, un traguardo che molti suoi colleghi faticano a raggiungere?
Dott. Nicola: "La trasformazione del mio studio è stata una scelta strategica precisa, dettata anche da un'evoluzione anagrafica. Nonostante una crescita significativa del fatturato, abbiamo scelto di non espandere le dimensioni fisiche della struttura, preferendo concentrarsi su attività a più alto valore aggiunto.
Per raggiungere questo distacco dalla routine, ho puntato su un'organizzazione interna dove il carico degli adempimenti quotidiani è totalmente assorbito da mia moglie (mia collega di studio) e dai nostri collaboratori. Questo mi permette di essere autonomo e di dedicarmi esclusivamente ad attività ad alto valore aggiunto. Sebbene in caso di estrema emergenza io sappia ancora dove mettere le mani per una dichiarazione dei redditi, non ne ho più il carico quotidiano.
Il vero problema di molti colleghi è che hanno dimenticato le proprie radici: noi nasciamo aziendalisti, non tributaristi. La riforma tributaria degli anni '70 ha innescato quella che io considero una totale involuzione della categoria, spingendoci a dedicarci completamente agli adempimenti perché allora erano molto redditizi. Oggi, però, la realtà è cambiata: con la digitalizzazione e l'intelligenza artificiale, la marginalità sugli adempimenti è diventata negativa e continuare a competere in quel mercato è assolutamente disutile.
Uso spesso una metafora medica per spiegare questa necessità: tra gli anni '60 e '70 il medico condotto era una figura perfetta, ma non disponeva della diagnostica moderna. L'avvento della tecnologia ha portato alla scomparsa del medico generalista a favore dello specialista. Chi oggi rimane ancorato al ruolo di generalista finisce per essere un semplice prescrittore di ricette, perdendo la propria capacità diagnostica e consulenziale verso l'azienda.
Non riuscire a fare questo salto comporta rischi gravissimi:
- Perdita della qualità della vita: il professionista lavora in perenne stato di emergenza.
- Servizio pessimo e rischi deontologici: occuparsi di materie complesse come il contenzioso tributario "di rimessa", magari scrivendo un ricorso nelle ultime ore disponibili tra una scadenza e l'altra, porta inevitabilmente a fare un lavoro pessimo, violando il codice deontologico e danneggiando la propria reputazione professionale.
- Mancanza di visione economica: molti colleghi non applicano più al proprio studio le logiche aziendalistiche elementari (come il make or buy ), assumendo clienti che producono perdite anziché ricavi.
Domanda: Dott. Nicola, lei ha accennato alla necessità di non restare fermi di fronte all'avvento
dell'Intelligenza Artificiale. Qual è il suo approccio e come viene utilizzata concretamente nel vostro
studio? La vede come un'opportunità o come un rischio per la responsabilità del professionista?
Dott. Nicola: "Sull'intelligenza artificiale non possiamo restare seduti. Il rischio maggiore che vedo è l'affidamento acritico: se i contenuti non sono comparati o verificati, l'IA può generare "grandissimi falsi positivi". Questo accade perché, se la fonte non è verificata, il bot può prelevare dati ovunque, anche da fonti vetuste, portando a errori normativi che i colleghi rischiano di non cogliere se non
rileggono l'elaborato in maniera critica.
Le conseguenze a livello di responsabilità professionale possono essere terrificanti. Basti pensare alla sentenza di Torino riguardante quell'avvocato che si è letteralmente inventato la giurisprudenza utilizzando l'IA: la sanzione che ne è derivata è stata pesantissima. Per questo ritengo che sia doveroso essere trasparenti con il cliente, comunicandogli chiaramente quando si utilizza uno strumento di questo tipo.
Per spiegare il mio approccio uso la metafora del corso di guida sicura: non si può pretendere di guidare un'auto da 500 cavalli a trazione posteriore, magari sul bagnato, se prima non si è fatto un corso specifico. Bisogna prima conoscere il motore e i rischi dello strumento, e solo dopo applicarlo, restando sempre nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali durante la guida.
In studio la utilizziamo con un processo di revisione rigoroso. Recentemente, abbiamo redatto una circolare: l'abbiamo fatta sintetizzare dall'IA (passandola tre volte in cloud per ottenere la sintesi migliore), ma prima di darla "in pasto" agli iscritti l'abbiamo riletta in nove persone. Questo è il punto centrale: l'IA mi ha dato una mano nella sintesi, ma l'ultima release e la firma finale sono mie.
Paradossalmente, vedo in questo strumento anche una grande opportunità economica di ritorno. Come CT (Consulente Tecnico), vedo già perizie redatte in modo perverso con l'IA, piene di riferimenti normativi sbagliati o numeri incomprensibili. Questi utilizzatori inconsapevoli stanno aprendo una vera e propria autostrada per noi esperti: più ci sarà un uso errato della tecnologia, più aumenterà il valore della nostra consulenza tecnica per smontare quegli errori.
L'IA deve servire per liberare tempo e risorse da attività a bassa redditività, specialmente in un momento in cui trovare collaboratrici e collaboratori di studio è diventato quasi impossibile. Non deve sostituire la consulenza, ma deve aiutarci a superare la carenza di personale automatizzando i processi ripetitivi."
Domanda: Dott. Nicola, lei ha parlato di ESG non come di un mero adempimento burocratico, ma come di un pilastro della nuova "meritocrazia creditizia". Può spiegarci meglio perché questo tema è vitale anche per le piccole imprese del territorio e quale deve essere il ruolo del professionista in questo ambito?
Dott. Nicola: "Questo è un tema su cui riscontro spesso una forte ritrosia, quasi una repulsione, da parte di molti colleghi. Molti hanno seguito i corsi per acquisire i crediti necessari a diventare revisori della sostenibilità, ma ora si lamentano di fronte all'obbligo di formazione continua sostenendo che la materia ESG non è importante. La verità è che non hanno compreso le nuove linee di meritocrazia creditizia.
Oggi le banche, e lo dico da un punto di osservazione privilegiato partecipando a consigli di amministrazione e comitati di credito di grandi gruppi bancari, assegnano i finanziamenti valutando la capacità dell'azienda di misurare il proprio impatto ambientale e sociale. Non è più solo una questione di numeri di bilancio, ma di performance complessiva.
È un errore colossale pensare che il bilancio sociale riguardi solo i giganti o le banche. Consideriamo
due scenari concreti per il nostro territorio:
- Enti del Terzo Settore: le società cooperative o gli ETS che si occupano di disagio sociale sono obbligati per legge a redigere il bilancio sociale.
- La filiera produttiva: se una piccola azienda novarese è fornitrice di una multinazionale, quest'ultima chiederà conto dell'impatto del semilavorato ricevuto per monitorare l'intero ciclo di sostenibilità della propria catena del valore. In quel momento, l'azienda deve correre a fare il bilancio sociale.
Purtroppo, la formazione su questi temi è stata spesso vissuta come un modo per recuperare crediti a distanza: si accede al corso solo per ottenere il bollino, poi si abbassa il volume e non si imparare nulla. Questo è un comportamento che considero una violazione deontologica e che porta a fornire servizi pessimi. Dobbiamo recuperare tempo e professionalità: il nostro compito è guidare le aziende
in questa transizione, altrimenti rischiamo di essere noi i primi "abusivi" della professione, parlando di cose che non conosciamo profondamente".
Domanda: Dott. Nicola, i dati del novarese parlano di una preoccupante progressiva riduzione degli iscritti alla categoria, con un saldo negativo tra iscrizioni e cancellazioni. Lei sostiene che il primo competitor degli studi siano la Pubblica Amministrazione e le aziende. Perché i giovani preferiscono il "posto fisso" alla libera professione e come possiamo invertire questa rotta?
Dott. Nicola: “Il panorama professionale novarese si trova di fronte a una sfida demografica e strutturale senza precedenti. Al 15 aprile 2026, si contano 485 iscritti all'albo con soli 43 tirocinanti (circa uno ogni dieci professionisti). Il dato più allarmante riguarda il ricambio generazionale: a fronte di 14 cancellazioni, si registrano solo 6 nuove iscrizioni, con un saldo negativo di 8 professionisti in poco più di un anno. Questa "denatalità di categoria" impone un cambio di rotta immediato per garantire la sopravvivenza e la redditività degli studi. Il problema non è che i giovani non abbiano voglia di sacrificarsi; lo vedo con le mie figlie, che studiano con dedizione assoluta e rispettando tempi. Il punto è che questa generazione, segnata anche dall'esperienza del COVID, ha capito un concetto fondamentale: non si vive solo di lavoro, ma si lavora per vivere.
Il giovane di oggi è molto attento alla qualità della vita. Se non viene chiarito che l’impegno più intenso è legato soprattutto ai periodi di maggiore carico operativo, e si continua a trasmettere l’immagine di una professione fatta esclusivamente di adempimenti e lavoro isolato, è comprensibile che molti scelgano percorsi diversi.
In questo scenario, uno dei principali competitor degli studi professionali è diventato paradossalmente la stessa amministrazione finanziaria. L’Agenzia delle Entrate sta portando avanti importanti campagne di assunzione e molti giovani professionisti, formati dagli studi a livelli molto elevati, superano i concorsi con relativa facilità.
La scelta del posto fisso non nasce soltanto da una questione economica o da uno stereotipo culturale. Per molti rappresenta la possibilità di avere orari più prevedibili, maggiore equilibrio personale e tempo da dedicare alla propria vita fuori dal lavoro. Nel frattempo, molti studi continuano a interrogarsi sulla difficoltà di attrarre e trattenere giovani talenti, senza cogliere quanto sia cambiato il loro modo di intendere il rapporto tra professione, tempo e qualità della vita.
Se continuiamo a descriverci come una categoria destinata a convivere con stress cronico, ritmi insostenibili e sacrifici personali permanenti, rischiamo soltanto di allontanare i talenti migliori.
La professione non può più essere raccontata come un percorso nel quale il sovraccarico operativo, la rinuncia al tempo personale o la pressione continua rappresentano elementi inevitabili e quasi identitari. Serve un cambio di approccio culturale. Gli studi devono smettere di comportarsi come “selettori all’ingresso” della professione e iniziare a diventare ambienti capaci di attrarre, valorizzare
e trattenere competenze.
Questo significa comunicare con maggiore chiarezza il valore reale del lavoro professionale: consulenza, capacità interpretativa, relazione con il cliente, impatto sulle decisioni delle imprese e qualità del contributo umano. Significa anche preservare una dignità della vita lavorativa compatibile con le aspettative delle nuove generazioni.
Solo un’evoluzione concreta dell’organizzazione dello studio, supportata da processi più efficienti e da strumenti capaci di ridurre il peso degli adempimenti ripetitivi, potrà rendere la professione nuovamente competitiva rispetto alla stabilità e alla prevedibilità offerte dal pubblico impiego.
Oltre l'Adempimento, verso il Valore
Il percorso tracciato dal Dott. Mauro Nicola in questa guida non rappresenta solo un'analisi lucidadello stato attuale, ma un vero e proprio manifesto per la sopravvivenza e la redditività dello studio moderno.
La sfida è chiara: dobbiamo smettere di essere semplici "prescrittori" di ricette fiscali e tornare a essere aziendalisti, capaci di incidere realmente sulle decisioni delle imprese.
Come sottolineato dal Presidente Nicola, l'evoluzione non è più un'opzione, ma una necessità per garantire la successione degli studi e una qualità della vita dignitosa per noi e per i nostri collaboratori.
L'intelligenza artificiale e la digitalizzazione non devono essere subite come minacce, ma governate come strumenti per liberare tempo e risorse, permettendoci di focalizzarci sulla consulenza d'alto profilo e sulla relazione con il cliente.
Il futuro della categoria nel novarese dipenderà dalla nostra capacità di abbandonare l'individualismo assoluto per abbracciare modelli organizzativi più efficienti, capaci di attrarre i giovani talenti che oggi cercano, giustamente, un equilibrio tra vita e lavoro.
È tempo di smettere di lavorare "di rimessa" e di iniziare a guidare il cambiamento, riappropriandosi del valore reale del nostro contributo umano e professionale.